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I bambini e le nuove tecnologie

I bambini e le nuove tecnologie

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Quella in cui viviamo è stata chiamata l’era dei nativi digitali, perché i bambini già in tenera età utilizzano in maniera disinvolta le tecnologie (computer, tablet, smartphone) accedendo così anche ad internet. Un’indagine di Save the Children (“Che genere di tecnologie? Ragazze e digitale tra opportunità e rischi”) evidenzia che i bambini già intorno ai 6-10 anni utilizzano la rete quotidianamente e considerano il web uno spazio di socializzazione.
Secondo l’Unicef, ogni giorno nel mondo 175.000 bambini si connettono ad Internet per la prima volta, uno ogni mezzo secondo. I social network sono diventati il nuovo spazio di comunicazione dei giovani: Instagram, in Italia ha raggiunto quota 14 milioni di iscritti, Facebook ne conta circa 30 milioni.
I giovanissimi sembrerebbero spostarsi verso l’utilizzo di nuovi social: Musical.ly (consente di produrre video della durata di 15 secondi dove si canta in playback), Live.ly (clone di snapchat, si concentra sui selfie); Thiscrush (consente di inviare a tutti gli iscritti, messaggi pubblici o privati in forma anonima).

Internet ha cambiato radicalmente le modalità con cui entriamo in contatto con le informazioni provenienti dal mondo, con cui apprendiamo, con cui comunichiamo; in pochi minuti possiamo informarci su un argomento, possiamo interagire con persone dall’altra parte del mondo riducendo tempi e costi. L’uso delle nuove tecnologie è elemento di discussione e di discordia per molti genitori perché c’è chi vive il loro utilizzo costante come “normale” e chi ne percepisce i parziali pericoli e si preoccupa per l’eccessiva attrazione del figlio verso gli stessi.

Nella giornata mondiale del Safer Internet 2018, la Polizia Postale, la Polizia di Stato, il Miur e Moige hanno evidenziato l’importanza di promuovere un uso più sicuro e responsabile delle nuove tecnologie. Nello stesso giorno, Papa Francesco interviene con un messaggio Twitter ricordando che: “Siamo tutti chiamati a impegnarci per proteggere i minori nel mondo digitale”. Questo utilizzo così intenso del web e dei nuovi strumenti tecnologici ci sta portando a perdere tutta la parte emotiva e profonda della relazione con l’altro e con noi stessi: stiamo perdendo la comunicazione non verbale (gli sguardi, la postura) e para verbale (il tono della voce, i silenzi), tanto che gli esperti parlano di una condizione denominata “sindrome del ritiro”. Siamo invasi quotidianamente da infiniti stimoli e messaggi che inevitabilmente generano un “affaticamento psichico”, togliendo tempo alla riflessione su cose e idee.

L’isolamento sociale, il cambiamento delle relazioni personali, accrescono la vulnerabilità soprattutto in quei soggetti più fragili come lo sono i bambini, gli adolescenti e i giovani poiché in loro il processo di formazione della personalità e identità non si è ancora concluso. Quali sono i rischi legati all’uso incessante delle tecnologie?

I bambini di oggi raccontano che la loro vita fuori dalla scuola è virtuale: giochi, amici, esperienze. Dopo la scuola, al pomeriggio, non si rincorrono più, non si sporcano i vestiti, non condividono esperienze di vita con l’altro, in altre parole non imparano a confrontarsi, a gestire le frustrazioni perché nel loro mondo vincono sempre. Ma è importante vivere le frustrazioni: litigare con un compagno, ricevere un no dal genitore, perdere una partita, non interpretare il proprio personaggio preferito, avere come compagno di squadra quella bambina non tanto forte.

 

Le frustrazioni sono utili per imparare le regole sociali: cosa si può fare e quali comportamenti non sono appropriati. Condividi il Tweet

 

Interagire con gli altri insegna a rispettare il prossimo: per un bambino è faticoso accettare che un altro compagno possa fare qualcosa meglio di lui, con il tempo imparerà che si può essere amici lo stesso anche se uno vince e l’altro perde. Sarebbe importante se i genitori facessero trascorrere il tempo ai loro figli, così come loro stessi lo impegnavano a quella età. Vi ricordate come giocavate a 6-8-10-13 anni? Bene, insegnatelo ai vostri figli in modo che possano apprendere quelle competenze motorie, emotive e cognitive del gioco libero.

Cari genitori mettetevi d’accordo con altri papà e mamme e permettete ai vostri figli di giocare con altri coetanei. Questo è importante anche per apprendere l’empatia ossia la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di capire come gli altri pensano, di percepire l’emozioni della persona con cui ci rapportiamo. Questo aiuterà a sviluppare responsabilità e senso critico. Preverrà fenomeni come il bullismo, il cyberbullismo. Provare frustrazione permette di scoprire le emozioni che queste esperienze generano: rabbia e tristezza se si perde, gioia se si vince. Conoscerle permetterà loro di imparare a gestirle, competenza non facile. Nella scuola primaria tanti bambini lottano tutti i giorni con se stessi per gestire le loro emozioni; mi capita di assistere a scene in cui bambini di quarta elementare piangono e si arrabbiano perché hanno perso ad un gioco.

 

Perdere fa parte della vita, può accadere, non succede nulla, non si può essere primi in tutto. Condividi il Tweet

 

Nelle fasi iniziali di questo processo di crescita i bambini tendono ad esprimersi con il fisico: “Se qualcuno mi fa arrabbiare, lo spingo oppure gli do un pugno”. Ci vuole tanto esercizio, pazienza, costanza per imparare a mettere in atto le reazioni corrette, come ad esempio usare le parole, e non la forza, per esprimere il proprio stato d’animo. È chiaro che si sta verificando un rallentamento nell’apprendimento di queste competenze. Mi capita d’interagire con genitori che non riescono a dare dei no ai loro figli perché non vogliono vederli piangere; la mamma di un bimbo di 3 anni mi disse: “Imparerà ad accettare i no quando frequenterà la scuola primaria”. Troviamo il coraggio di far vivere prima queste esperienze. Un libro ancora molto attuale, “I no che aiutano a crescere”, prova a far riflettere sull’importanza dei no a tutte le età. Una ricerca svolta ad Harvard su 16 mila persone dimostra che chi si relaziona solo con l’ausilio delle tecnologie, presenta difficoltà a filtrare le notizie e sviluppare senso critico in quanto i tempi di reazione risultano immediati, circa 8 secondi. La persona non ha la possibilità di riflettere, di attivare la razionalità, di includere nella reazione una componente morale per cui reagisce d’impulso, senza pensare alle conseguenze dei propri comportamenti (Zoja, 2017).

Alla luce di quanto osservato è giusto dare qualche consiglio:

  • adoperiamo con moderazione questi strumenti;
  • diamo delle regole sul tempo d’impiego
  • stabiliamo delle restrizioni relativamente a quando non dobbiamo utilizzarli, ad esempio: quando siamo a tavola, quando interloquiamo con un’altra persona, in un logo di culto.

 

Ricordiamoci che noi adulti siamo un modello di apprendimento per i bambini, ascoltano quello che diciamo, osservano le nostre azioni, il modo in cui reagiamo di fronte ad un problema, imparano a diventare grandi riproducendo i comportamenti che… Condividi il Tweet

 

Per questo fate attenzione ad essere coerenti tra ciò che dite e ciò che fate. È sbagliato vietare l’uso del tablet a tavola se poi voi utilizzate lo smartphone nello stesso contesto. Il messaggio è dissonante, non credibile, quella regola non verrà interiorizzata dal bambino che applicherà tutte le strategie a sua disposizione per non rispettarla, perché vorrà comportarsi come gli adulti.

L’Unicef, ha pubblicato un opuscolo in cui suggerisce di:
• puntare sulla formazione personale per restare sempre aggiornati sui cambiamenti della rete;
• informare e formare i propri figli circa le risorse e i pericoli insiti nella rete affinché si responsabilizzino;
• parlare con loro per confrontarsi, scambiarsi opinioni e – aggiungo io – conoscerli meglio;
• limitare il tempo entro cui accedono alla rete e vigilare perché rispettino le regole stabilite;
• vigilare il loro accesso alla rete internet.

Un giorno un bambino mi disse: ”La mamma ha cancellato l’App di un videogame online, ma quando lei non c’è, io vado nel cestino del computer, la recupero e gioco”.
È importante monitorare l’accesso al web, inserite delle password affinché siate sempre consapevoli circa il tempo e i momenti in cui si connettono. Molti bambini si iscrivono ai Social Network senza che i genitori ne siano al corrente ignorando i rischi legati alla rete: furto d’identità, molestie, dipendenza da internet (Internet Addiction Disorder, l’acronimo di IAD) o dai videogiochi. Bill Gates non ha permesso ai suoi figli di possedere telefoni cellulari fino al compimento del quattordicesimo anno di età, temeva gli effetti che questi avrebbero potuto generare. Steve Jobs era dello stesso parere.

 

Bibliografia:
Zoja L. (2017), Nella mente di un terrorista, Einaudi Phillips A
Asha Phillips (1999), I no che aiutano a crescere, Feltrinelli Editore

Sitografia:
https://www.savethechildren.it/press/tecnologie-digitali-oltre-la-met%C3%A0-dei-minori-italiani-tra-i-6-10-anni-usa-abitualmente-la-rete
http://roma.corriere.it/notizie/cronaca/18_febbraio_06/cyberbullismo-molestie-rete-italia-decima-mondo-il-rischio-3f21abcc-0b32-11e8-9333-a02b6d017075.shtml
http://tg24.sky.it/tecnologia/2018/01/30/messenger-kids-pericoloso-lettera-facebook.html
https://www.wired.it/internet/social-network/2018/02/19/facebook-piattaforme-social-giovani/
https://www.orizzontescuola.it/ragazzi-abbandonano-facebook-paura-letti-visti-dai-genitori-preferiscono-lanonimato-assicurato-altri-social-lettera/
https://www.unicef.it/Allegati/Parlare_ai_bambini_di_Internet.pdf

Maria Maddalena Alvau

Maria Maddalena Alvau si è laureata in Psicologia presso l'Università degli studi di Cagliari nel 2006 ed è iscritta all'albo psicologi dal 2008. È docente specializzata sul sostegno di alunni con disabilità e bisogni educativi speciali nella scuola primaria. È progettista di percorsi formativi e docente presso il Centro per l’Educazione all’Autoprotezione (CEAS-a.p.s.) di Brescia. Specializzata in Psicologia dell'Emergenza e Psicotraumatologia (2018), è Psicologa per il Corpo Italiano di Soccorso dell' Ordine di Malta dal 2009. Ha partecipato alle attività connesse all'emergenza sisma: Aquila nel 2009, Bomporto nel 2012, Amatrice e Camerino nel 2016. Ha operato in comunità terapeutiche per il reinserimento sociale di persone con problemi di dipendenza, doppie diagnosi, misure detentive. Ha curato gli aspetti psicologici del libro: “Disordine pubblico, criminalità, terrorismo: guida all’autoprotezione” di Mario Carotenuto (Edizioni Phasar, 2016). Ha conseguito il master di II livello in Psicologia dell’Emergenza e Psicotraumatologia presso LUMSA Università con la tesi: "Psicologia e terrorismo. Analisi del fenomeno. Prevenzione e Psicoeducazione".

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