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Intervista a Lucia Clementina Calzoni

Intervista a Lucia Clementina Calzoni

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Gli incontri qui in BResponsible sono sempre forieri di storie interessanti che ci aiutano a capire meglio la questione della sicurezza nei diversi settori professionali. Oggi abbiamo il grande piacere di presentarvi Lucia Clementina Calzoni, infermiera da più di venticinque anni e donna coraggiosa che ha affrontato sfide toste durante la sua carriera.

BResponsible: Benvenuta Lucia, grazie per aver accettato il nostro invito…

Lucia: Grazie a voi per avermi invitata…

BResponsible: Lucia, si vorrebbe presentare ai nostri lettori spiegando il suo percorso professionale, perché è piuttosto particolare…

Lucia: Certo, io sono infermiera da diversi anni, ho iniziato in rianimazione pediatrica con un primario donna fantastico che mi ha insegnato l’umiltà e la dignità della professione, è stato un periodo molto impegnativo, ma che mi ha arricchito enormemente a livello professionale e a livello personale. Ora, invece, lavoro al carcere, che è un ambiente un po’ terremotato, un mondo a parte, con persone che hanno commesso degli sbagli anche piuttosto gravi e che hanno una loro storia, diversa dalla mia e da quella di chi sta fuori…

BResponsible: È difficile essere donna in un ambiente di quel genere?

Lucia: Se parliamo di culture differenti, sì non è semplice, ma io parto sempre dal presupposto che è necessario farsi conoscere e costruire un rapporto di fiducia con l’ospite del carcere penitenziario. Ovviamente ti mettono alla prova, ma una volta che si è instaurato un clima di rispetto reciproco non esiste un reale pericolo. È sicuramente un ambiente maschilista, ma il comandante e il direttore del carcere sono donne, quindi c’è un’attenzione particolare a questo aspetto lavorativo. All’inizio, però, non nego che è stato davvero difficile…

BResponsible: Si è mai sentita tanto vulnerabile da aver paura?

Lucia: Oh, sì, certo, ma era un problema mio… nel senso che la polizia penitenziaria svolge un servizio impeccabile all’interno della struttura, ma le mie esperienze precedenti avevano lasciato dentro di me delle insicurezze importanti. Queste mie vulnerabilità uscivano durante il mio lavoro, e mano a mano che mi si rivelavano cercavo di guardare in faccia le mie paure per superarle. È stato un lavoro su me stessa che ho affrontato con molta serietà, mi ha permesso di migliorare il mio approccio agli ospiti del carcere per costruire quel rapporto di fiducia di cui parlavo prima…

BResponsible: Ci rendiamo conto che in ambito lavorativo, molto più spesso di quanto ci si possa immaginare, l’aspetto dell’emotività viene sottovalutata dall’utenza. In poche parole, ci dimentichiamo che l’operatore sanitario che ci sta di fronte è un essere umano e può anche rispondere in modo poco attento quando è sotto pressione…

Lucia: Sì, perché la situazione d’emergenza che spesso dobbiamo affrontare fa capo anche a un’organizzazione generale della struttura ospedaliera complicata da gestire. Ogni decisione che prendiamo deve tenere conto di una serie interminabile di variabili, non sempre riusciamo a lavorare con lo stato d’animo migliore. Ci sarebbe bisogno di educare l’utenza su come approcciarsi a tutti i servizi che l’ospedale offre. Per esempio, c’è ultimamente uno scarso ricorso ai servizi del medico di base, ma in questo modo il pronto soccorso è costretto a raccogliere una tale mole di pazienti che le attese possono diventare estremamente lunghe e snervanti.

In ambito carcerario, la risposta immediata a qualsiasi richiesta di intervento considerato urgente diventa una pretesa, ma ci sono situazioni in cui una risposta troppo veloce può causare dei danni. Ci vuole del tempo per comprendere le cause e anche le conseguenze di un’azione o l’altra. Spesso il paziente non lo comprende e si innervosisce quando pensa di non essere preso seriamente…

BResponsible: Credo che questo discorso sia comprensibile quando non lo si vive di persona, ma come sappiamo è difficile mantenere la lucidità quando siamo in uno stato di sofferenza, o quando lo è un nostro caro…

Lucia: Sì, è vero. I famigliari hanno davvero tutte le ragioni nel pretendere delle risposte pronte ed efficaci. Lavorando in rianimazione pediatrica per molti anni mi sono trovata spesso nelle condizioni di dover rassicurare e calmare i genitori in attesa che diventavano aggressivi per la disperazione. Come dicevo, siamo noi operatori sanitari a dover andare loro incontro per cercare di calmare la situazione.

BResponsible: Vi preparano, psicologicamente parlando, ad affrontare questo tipo di circostanze?

Lucia: In ambito universitario affronti un percorso di formazione, certo, ma finché non entri in trincea – a fare la guerra – non puoi comprendere a pieno la difficoltà nel relazionarsi coi pazienti con certe patologie. Ogni paziente è un ripartire da zero, l’esperienza ti insegna cos’è meglio fare in molti casi, ma entra in gioco anche la personale capacità empatica e anche l’essere umano con cui ti stai relazionando, ovviamente.

BResponsible: La pressione a cui siete sottoposti è forte, immaginiamo…

Lucia: Al sanitario viene richiesto di essere sempre in perfetta forma, ma non sempre è possibile… è difficile garantirlo ogni giorno. Io l’ho capito da quando lavoro al carcere, prima in rianimazione dovevo essere perfetta, sempre disponibile, ma gli ospiti del carcere mi hanno insegnato che siamo umani. Prima non mi perdonavo alcun errore, quando arrivavo a casa mi venivano sempre i sensi di colpa. In carcere, dove gli ospiti quando sono aggressivi ti chiedono scusa, ho imparato a farlo, a chiedere scusa per gli sbagli che capita di commettere in buonafede. Sono stati loro a dirmi “no, no, infermiera, non chieda sempre scusa!”, proprio perché in quell’ambiente gli errori commessi hanno un peso diverso rispetto a fuori.

BResponsible: Lucia, lei ha scelto ambienti lavorativi che le impongono una grande presenza, un continuo mettersi in gioco…

Lucia: Sì, perché lavorare in certi ambienti dà più carica. Lavorare in una rianimazione o in un carcere non è semplice, ma metti sul tavolo la tua professionalità ad alti livelli. Spesso si parla poco degli infermieri, si fa sempre una distinzione tra settore e settore, li si reputa più bravi se lavorano in certi reparti rispetto ad altri, la stessa cosa la si fa con i medici, ma posso garantire che anche nei reparti dove sembra non succeda niente la professionalità in campo è alta. I mass media raccontano sempre le cose peggiori, e ne succedono tante di cose brutte lo sappiamo, ma ammazzare le persone non fa parte delle nostre competenze e della nostra etica.

BResponsible: Lucia, un lavoro così stressante come il vostro, può diventare alla lunga un susseguirsi di gesti automatici dove l’attenzione cala un po’…

Lucia: Sì, questo è il rischio più grande che corriamo noi infermieri, per questo ci viene imposto dopo qualche anno di cambiare settore. Siamo tenuti a controllare sempre tutto quello che facciamo, appunto per evitare l’automatismo, ma siamo consapevoli che il burn out è sempre dietro l’angolo. Io non sarei mai andata via dalla rianimazione pediatrica, ma mi ero resa conto che il dover utilizzare gli occhiali da vista (per la presbiopia) durante il lavoro poteva non essere sicuro per i bambini che assistevo. È stata una scelta dovuta, ma comunque difficile per me.

BResponsible: Ci vuole raccontare, Lucia, della sua esperienza come formatrice per AiFOS e per il CEAS?

Lucia: Certo, con piacere. Avevo fatto lezioni di primo soccorso con la Protezione Civile un paio d’anni prima di trasferirmi a lavorare in carcere e ora sono formatore per AiFOS e per CEAS, dove ho incontrato Mario Carotenuto che mi ha davvero cambiato la vita (ora quando vado nelle piazze o in aeroporto sto più attenta, rischiamo di dare per scontato cose che non lo sono) e, alla fine del corso CEAS con Mario relatore, ho deciso di intraprendere questa strada. Mi piace formare gli operatori della sicurezza, e mi piace fare corsi alle mamme e ai papà (per esempio) dove insegno le misure di primo soccorso in caso d’emergenza. La gente magari non pensa a queste cose, ma alla fine le persone sono contente, le mamme si sentono più sicure dopo aver ricevuto qualche dritta sul cosa fare e sul come fare in caso di disostruzione delle vie respiratorie ecc. ecc.

Divento piuttosto intransigente quando si tratta di allertare i genitori, di solito ribattono che metto paura e, in realtà, è esattamente quello che voglio fare, rispondo sempre: “Lei deve aver paura se vuole la sicurezza dei suoi figli!”. Il cambiamento è lento, ma quando la tua forma mentis cambia ti gestisci automaticamente e la tua sicurezza e quella dei tuoi cari è preservata.

BResponsible: Cosa pensa dell’emergenza che viviamo oggi per quanto riguarda le brutte abitudini degli adolescenti nei loro luoghi di divertimento?

Lucia: Faccio servizio in ambulanza nelle discoteche ed è davvero difficile. Sono moltissime le ragazze che eccedono con l’alcool e che si sentono intoccabili, forti, immortali. Ecco, questo atteggiamento agevola l’incidente, agevola l’aggressione. Non è un discorso che vogliono accettare, però, vivono con incoscienza e rischiano la propria incolumità ogni sera.

BResponsible: E come reagiscono i genitori?

Lucia: Spesso si arrabbiano, urlano, ma pensano che sia un episodio sporadico e che non ci siano problemi alla base di questo comportamento. Tendono a sminuire la gravità di quello che fanno i propri figli e questo non aiuta il dialogo, credo. Pensare che mio figlio non possa fare una cosa o l’altra è un modo per non prendersene la responsabilità. Ma anche per quanto riguarda i ragazzi, oggigiorno non possono far finta che i pericoli non ci siano, l’ignoranza della Legge non scusa. Non puoi far finta di non sapere…

BResponsible: Dire oggi a una donna, di qualsiasi età, che non è sicuro girare in città da sola nelle ore notturne è come dirle che non è libera di gestirsi come più le pare e non è un discorso che le donne oggi vogliono ascoltare…

Lucia: Il punto non è come noi donne consideriamo noi stesse, ma come veniamo considerate da un certo tipo di uomo, quello che ci pensa inferiori, che ci pensa provocatrici, che ci pensa deboli e quindi da sottomettere. Non possiamo cambiare quel tipo di mentalità e quando ci scontriamo con questo pensiero violento dobbiamo essere preparate. Dobbiamo pensare e agire per metterci al sicuro, non abbiamo scelta.

BResponsible: Siamo d’accordo con lei, Lucia… bisognerebbe rieducare uomini e donne per creare una nuova cultura dove non ci siano vittime né carnefici…

Lucia: Sì, ricordiamoci sempre che l’educazione dei figli è fondamentale per lavorare a una reale parità tra i sessi.

BResponsible: Ci vuole parlare della sua attività di volontariato? Sappiamo che ha affrontato alcune avventure non da poco…

Lucia: Mi sono approcciata al volontariato per partire con Emergency, avevo già fatto le selezioni, ma quando ho incontrato il CISOM (Corpo Italiano Soccorso dell’Ordine di Malta) mi sono innamorata dei loro progetti e ho iniziato a fare volontariato con loro. Ho fatto esperienze di grandissima importanza emotiva professionale e personale, collaboriamo con la Protezione Civile (veniamo allertati per partire nell’immediato) per i disastri naturali, interveniamo nelle primissime ore anche con il reparto cinofilo, ma quando partiamo non lo facciamo con una specifica mansione. Per esempio, quando sono arrivata ad Amatrice c’erano 120 ospiti nelle tende e io pulivo i bagni, poi quando sono stati spostati nelle strutture di primo soccorso ho fatto l’infermiera. Facevo il giro delle case con la psicologa dell’emergenza che rilevava i traumi e io mi occupavo della parte sanitaria e dell’igiene personale. È stato difficile, le persone non avevano neppure un bagno, erano davvero tantissime (sparse in 63 frazioni)… partivamo la mattina alle 8 e rientravamo la sera alle 9.30.

BResponsible: Il vostro lavoro veniva apprezzato dagli abitanti del luogo?

Lucia: Oh, sì, la gente di Amatrice è davvero speciale. La loro comunità ha risposto con grande dignità e grande forza all’emergenza. Ho imparato tanto da loro. Durante il terremoto a Bomporto in Romagna, invece, c’era una tensione particolare dovuta al Ramadam, in quel frangente (era la mia prima esperienza sul campo) mi sono scontrata con un padre che protestava per la derrata alimentare che gli era stata consigliata. Dando per scontato dettagli culturali che non lo sono affatto, si scatenò un incidente diplomatico che Mario Carotenuto (che dirigeva il soccorso all’interno del campo) è riuscito a sanare in fretta e in modo efficace grazie alla sua competenza e alla sua conoscenza della cultura islamica.

BResponsable: Sappiamo che la sua presenza come volontaria si è spinta anche oltre…

Lucia: Sì, ho partecipato all’Operazione Sophia sulla San Giorgio, per la formazione di cento ragazzi della guardia costiera libica, un’avventura eccezionale. Lo scopo era addestrare la Guardia Costiera libica per prestare soccorso ai barconi stipati di persone in fuga, per evitare che morissero in mare. Questi ragazzi si impegnavano per otto ore di lezione (teoriche e pratiche) al giorno, gli abbiamo fatto fare di tutto, avevamo carta bianca e loro non si sono mai tirati indietro perché avevano voglia di imparare e di essere utili.

Ero la sola donna del CISOM (affiancavo un medico e un formatore), l’altra presenza femminile era la dott.ssa Nisreen (straordinaria Senior Protection Officer UNHCR), siamo sostenute e protette per diciassette giorni dall’equipaggio (totalmente maschile) della San Giorgio. Lavorare con loro ci ha permesso di dare il meglio di noi stesse senza temere nulla.

BResponsible: Lucia, ci parla della sua esperienza a Lampedusa?

Lucia: La mia prima esperienza con i barconi è stata all’epoca dell’emergenza nel mediterraneo (nel 2011), c’era solo un medico, io come infermiera e un logista su un gommone per il soccorso in mare. Si arrivava sul target e si procedeva con il primo triage, c’erano morti nella stiva, gente maltrattata con ustioni spaventose. Solitamente le donne non avevano il salvagente, erano vestite a strati perché non partono con il trolley (come certi nostri politici sostengono) e quando si ritrovano in acqua o non sanno nuotare o vengono trascinate sotto perché i vestiti che hanno addosso pesano troppo.

Si partiva alle otto del mattino e si rientrava dopo 96 ore, in uno stato pietoso con la stessa divisa e lo stesso odore sulla pelle di chi avevamo soccorso. La cosa difficile è che parti con le coordinate dell’allarme, ma quando raggiungi l’obiettivo spesso non trovi nulla. Inizia il pattugliamento a serpente, pezzetto dopo pezzetto, ma hai sempre il dubbio che la barca si sia rovesciata prima che tu arrivassi. Quella prima volta mi ritrovai con 720 persone da soccorrere, ho fatto il triage con la guardia costiera che sono stati eccezionali, ero l’unica donna a bordo e loro si sono presi cura di me in tutti i modi, mi ricordo che ho pensato: posso lavorare in sicurezza, non ho paura di niente se lavoro con loro. Ed è stato davvero così.

BResponsible: Perché è importante aiutare queste persone, Lucia?

Lucia: Bisogna guardarle negli occhi queste persone per riuscire a malapena ad immaginare che cosa hanno passato. Non so dire altro…

BResponsible: C’è stato un episodio dove si è proprio spaventata, Lucia?

Lucia: In realtà sì. Ad Amatrice, entravamo tutti i giorni in zona rossa, non era così semplice, ma dovevamo portare assistenza medica ai Vigili del Fuoco che ci lavoravano dal mattino alla sera. Un giorno mentre stavamo entrando in colonna ci fu una scossa sul 4… quando arrivano le scosse c’è un silenzio surreale, una tensione strana, e poi ti arriva il rumore del terremoto… si mosse qualche mattone per terra e un carillon iniziò a suonare… mi sembrava di essere dentro un film dell’horror… mi sono raggelata.

BResponsible: Questo ci fa capire che anche gli operatori e i volontari hanno bisogno di essere accompagnati da un supporto psicologico professionale…

Lucia: Sì, grazie al CEAS è diventata una buona prassi per ogni evento in cui c’è bisogno di intervenire d’urgenza.

BResponsible: Cosa ci può dire, invece, di “Io non rischio”?

Lucia: “Io non rischio” è una campagna di sensibilizzazione per quanto riguarda il cosa fare e il come gestire i disastri naturali: terremoti, alluvioni, incendi, maremoti ecc. Incontriamo i cittadini nelle piazze di Brescia dove forniamo informazioni specifiche per quanto riguarda la sicurezza personale e famigliare. All’inizio c’era un po’ di sospetto nell’approcciare i nostri stand, la gente pensava che stessimo lì a chiedere soldi, col tempo siamo riusciti ad accorciare le distanze e a far capire l’importanza dell’informazione e della prevenzione.

BResponsible: Faremo del nostro meglio per pubblicizzare sui nostri canali i vostri eventi e aiutarvi con il passaparola, allora…

Lucia: Grazie, ce n’è bisogno davvero.

BResponsible: Grazie a lei, Lucia, per il tempo che ci ha dedicato e per la sua preziosa testimonianza. È davvero un onore incontrare una persona che si dedica con tanta passione al suo lavoro e alla cura degli altri, in ogni modo.

Lucia: Grazie, ma credo di essere io la fortunata perché faccio un lavoro che amo molto…

BResponsible: In poche parole le piace la gente…

Lucia: Sì, ma non proprio tutta… [ride]

BResponsible: E meno male, Lucia! Grazie ancora e buon lavoro!

Lucia: Grazie a voi.

Staff BResponsible

BResponsible fornisce consulenza e formazione su autoprotezione, analisi rischi, piani di sicurezza e protocolli anti-criminalità e anti-terrorismo.

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