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La resilienza

La resilienza

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Il termine “resilienza” proviene dalla fisica dei materiali e si riferisce alla proprietà che ha un corpo di riassumere la propria forma originale dopo aver subito un urto o una deformazione. In ambito psicologico viene utilizzato per indicare la capacità di far fronte ad eventi traumatici o situazioni stressanti, riducendone i possibili effetti collaterali; corrisponderebbe alla capacità umana di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato (Goleman, 1995) .
Questo processo può svilupparsi grazie a caratteristiche interne ed esterne alla persona. Avere una buona autostima, una buona capacità di adattamento alle nuove esperienze, uno stato d’animo tendenzialmente positivo, sono tutti fattori che agevolano la capacità di resilienza dell’individuo. Numerose ricerche scientifiche sostengono che l’ironia è una buona alleata della resilienza perché riduce la tensione, abbassa il livello dell’ansia e la risata che spesso ne scaturisce, rilassa la muscolatura del corpo, controlla il dolore e genera umore positivo. Nello sviluppo della resilienza riveste un ruolo importante il tipo di relazione tra genitore e figlio. Uno stile genitoriale autorevole, caratterizzato da supporto emotivo, regole comportamentali chiare, coerenza tra quello che si dice e quello che si fa, incoraggiamento e approvazione stimolano lo sviluppo della resilienza nel bambino. La resilienza ci permette di avere speranza e fiducia nella possibilità di migliorare continuamente noi stessi (Goleman, 2004), ci permette di risolvere i problemi, di sentire e perseguire uno scopo, di avere una visione ottimistica del futuro. La resilienza è il contrario dell’arrendevolezza.
In periodi di crisi, può essere d’aiuto trascorrere dei momenti a contatto con la natura. I paesaggi naturali, infatti, stimolano il buon umore, aumentano la capacità di concentrazione, riducono il livello di stress favorendo il processo di detensionamento fisico e mentale. Anche il supporto di una rete sociale (famigliari, parenti ed amici) sembra essere un fattore capace di innescare nelle persone la forza necessaria per superare le avversità.
Dal mio punto di vista la resilienza è di fatto una “competenza”, non una caratteristica di cui si è dotati naturalmente, è un modo di affrontare la vita e le sue avversità e si costruisce con una serie di comportamenti e pensieri che vanno appresi e sviluppati nel tempo. Essere resilienti ci fa guardare il bicchiere mezzo pieno quando verrebbe naturale soffermarsi sul bicchiere mezzo vuoto. Vuol dire fare tesoro della sofferenza, non scansarla bensì avere il coraggio di viverla chiedendosi continuamente: “Da questa esperienza cosa devo imparare? Come questa vicenda può aiutarmi a migliorare me stesso e il mio modo di affrontare la vita?”.
Ad essere resilienti si impara, vedere il bicchiere mezzo pieno è un allenamento che costa il dispiego di grandi risorse cognitive (pensiero, memoria, attenzione), emotive (accettazione e sopportazione del dolore), caratteriali (pazienza, sopportazione, desiderio di non essere piegati dalle avversità della vita). È importante sapere che le reazioni di fronte agli eventi non dipendono direttamente dalle avversità che viviamo, ma da come noi interpretiamo queste esperienze. Ripetuti pensieri negativi come “non posso farci nulla” o “i miei tentativi sono tutti inutili”, associati alle emozioni di tristezza e di disperazione interferiscono negativamente con i processi mentali (Sedek e Kofta, 1990). Il nostro pensiero influenza i nostri comportamenti e il modo con cui affrontiamo la quotidianità. “Non possiamo dirigere il vento ma possiamo orientare le vele”.
È essenziale dare valore alle esperienze positive quotidiane: un sorriso ricevuto, una bella telefonata inaspettata, l’incontro di una persona cara, possono donare alla giornata un colore diverso. Anche un errore può diventare un’opportunità, spetta a noi trovare il modo affinché ciò possa accadere.

 

Come stimolare la resilienza nei bambini?

Motivandoli nel trovare delle soluzioni ai loro problemi, permettendo loro di annoiarsi e incoraggiandoli a trovare qualcosa da fare quando vivono questi momenti: da lì nasce la creatività, l’ingegno, la fiducia in se stessi. Nei momenti difficili, quando non si sa come ripartire, possedere queste caratteristiche personali aiuta nel trovare una risposta. Anche il gioco è un elemento della vita del bambino fondamentale per sviluppare varie abilità e competenze tra cui, appunto, la resilienza; giocando e interagendo con il mondo esterno il bambino impara a comprendere gli altri e si mette alla prova. Il gioco libero, con i coetanei o con il genitore è un‘esperienza complessa in quanto attiva simultaneamente le funzioni cognitive, le dimensioni motorie e sensoriali, gli aspetti affettivi. Il gioco è un’attività universale, supera le differenze linguistiche, culturali, religiose permettendo a chi lo pratica di comunicare comunque. Attenzione: giocare con videogiochi, tablet e tecnologie non rientra in questo ragionamento, queste attività richiederebbero un discorso a parte.
Promuovere lo sport fin dai primi anni di vita del bambino è un’altra attività che incrementa lo sviluppo di tante competenze indispensabili nella vita. Praticare sport implica l’assumersi delle responsabilità, richiede lo sviluppo del senso di sacrificio, insegna a gestire le emozioni che si vivono in prossimità di una gara. Svolgere uno sport permette di comprendere che per raggiungere degli obiettivi ci vuole costanza, impegno, resistenza verso la fatica, insegna a vivere e gestire i conflitti, a relazionarsi con l’altro, incrementa l’autostima. Tutto questo è valido se si parte dal presupposto che “è importante partecipare e non vincere a tutti i costi”. Anche le fiabe e le favole ci aiutano a insegnare la resilienza ai più piccoli e non solo. Ci sono fiabe come “Il Pentolino di Antonino” di Isabelle Carrier, “Il piccolo ragno tesse e tace” di Eric Carle, “Eli Sottovoce” di Laura Bellini che consiglierei di leggere anche agli adulti.

Maria Maddalena Alvau

Maria Maddalena Alvau si è laureata in Psicologia presso l'Università degli studi di Cagliari nel 2006 ed è iscritta all'albo psicologi dal 2008. È docente specializzata sul sostegno di alunni con disabilità e bisogni educativi speciali nella scuola primaria. È progettista di percorsi formativi e docente presso il Centro per l’Educazione all’Autoprotezione (CEAS-a.p.s.) di Brescia. Specializzata in Psicologia dell'Emergenza e Psicotraumatologia (2018), è Psicologa per il Corpo Italiano di Soccorso dell' Ordine di Malta dal 2009. Ha partecipato alle attività connesse all'emergenza sisma: Aquila nel 2009, Bomporto nel 2012, Amatrice e Camerino nel 2016. Ha operato in comunità terapeutiche per il reinserimento sociale di persone con problemi di dipendenza, doppie diagnosi, misure detentive. Ha curato gli aspetti psicologici del libro: “Disordine pubblico, criminalità, terrorismo: guida all’autoprotezione” di Mario Carotenuto (Edizioni Phasar, 2016). Ha conseguito il master di II livello in Psicologia dell’Emergenza e Psicotraumatologia presso LUMSA Università con la tesi: "Psicologia e terrorismo. Analisi del fenomeno. Prevenzione e Psicoeducazione".

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